D’Alema dominus del centrosinistra?

Il presidente dei Ds, Massimo D’Alema, nonostante il risultato non esaltante del suo partito, sembra aver ritrovato lo smalto e l’astuzia necessari a riproporsi come costruttore degli equilibri politici nazionali. Solo poche settimane fa, invischiato nelle vicende dell’Unipol, sembrava destinato a una funzione caudataria, le sue dichiarazioni di fede inconcussa (e persino retroattiva) nell’Ulivo e nel partito democratico apparivano poco più che un tentativo di mimetizzazione. Oggi, invece, per ragioni che sarà utile investigare, assume il ruolo di leader della coalizione vittoriosa, almeno per quel che riguarda le relazioni politiche, sia fra gli alleati che con gli avversari. All’interno della nuova maggioranza indica l’accelerazione dei processi di convergenza tra Ds e Margherita e prevede una rottura della Rosa nel Pugno, invitando la componente socialista a rientrare nella prospettiva del partito democratico lasciando andare i Radicali per la loro strada. Il messaggio è chiaro: “non intendiamo né scardinare la famiglia, né aumentare le tasse, né scontrarci con la Chiesa” e il partito democratico “è aperto a tutta l’area socialista, che fu parte fondativa di questo progetto. Mi pare che la Rosa nel Pugno fosse solo un cartello elettorale”. Può darsi che su questa indicazione piuttosto netta pesi la circostanza che ha escluso i radicali dal Senato, dove la maggioranza è debolissima, mentre il premio maggioritario li rende non indispensabili alla Camera. Resta il fatto che D’Alema ha anticipato una linea politica che riporta i Ds, dopo vari ondeggiamenti, nell’alveo della tradizione togliattiana e concordataria. Che Romano Prodi non abbia mancato di elogiare l’intervista sta a dire il rilievo che D’Alema va assumendo negli equilibri interni alla sinistra. Un po’ più complessa appare la posizione assunta dal presidente diessino nei confronti del centrodestra, uscito battuto ma non sconfitto dalle elezioni. D’Alema sa bene che un’opposizione che può contare su 156 senatori su 315, oltre a quelli a vita e di diritto, può rendere assai difficile la vita del governo e, a differenza di Romano Prodi che per ora preferisce non vedere i limiti della vittoria, ne tiene conto. All’opposizione chiede una sorta di patto di non aggressione, in cambio del quale è disposto anche a discutere della presidenza di un ramo del Parlamento, con una formula sibillina e allusiva: questa scelta “non è la premessa di una comune assunzione di responsabilità, ma la conseguenza”. Chiedere a un’opposizione ancora forte “una comune assunzione di responsabilità” significa riconoscere, seppure in modo criptico, i precari rapporti di forza del nuovo Parlamento. Si tratta indubbiamente di un esercizio di realismo politico che non mancherà di suscitare allergie e incomprensioni, ma che gli apre anche un certo spazio di iniziativa politica. Non è un caso che sulla stampa siano iniziate le analisi a doppia lettura, compreso un interrogativo: D’Alema ha la forza per proporsi quale dominus del centrosinistra, come qualcuno aveva maliziosamente previsto prima del voto? Dal punto di vista numerico si direbbe di no. Il suo partito conta per circa un terzo nella coalizione, anche senza tener conto delle minoranze interne che non condividono le sue idee. Però, in una situazione che rischia di diventare di stallo, l’iniziativa politica potrebbe segnare la differenza e D’Alema sembra puntare su questo, sulla sua capacità di movimento, in un quadro in cui gli altri si arroccano in una guerra di posizione destinata probabilmente al reciproco logoramento. È presto per dire comunque se questa azione darà frutti, ma non si può negare che rappresenti una variante possibile dell’evoluzione politica italiana. Perché abbia successo, infatti, richiede che gli interlocutori, interni ed esterni, si muovano sulle coordinate indicate da D’Alema, il che appare tutt’altro che scontato. Quest’idea – peraltro – un po’ meccanica della politica ha sempre costituito il pregio e il difetto di D’Alema, e tale si conferma anche in quest’occasione.

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